La sinfonia a due voci della crisi di una coppia, orchestrata dai protagonisti della disfatta.
Johan e Marianne si toccano e si allontanano in un flusso di autocoscienza, cercando di definire la loro storia e il loro matrimonio. Da coppia borghese perfetta e invidiabile a coppia combattuta sul divorzio, fino a diventare semplici "ex" che possono permettersi di confessarsi che, in fondo, si sono tanto amati. Bergman sembra abbandonare ogni ricerca formale e stilistica, preferendo farsi trasportare dalla prosa teatrale degli attori, riuscendo in questo modo a innalzare sopra ogni parola il dramma dei sentimenti.
E l'opera è compiuta grazie ai magnifici primi piani che il regista è capace di regalarci all'interno della cornice di una vita domestica priva di ogni riferimento trascendentale. La crisi è riportata nella dimensione minima della coppia, nel rimorso e nella colpevolezza reciproca; l'assenza di un Dio, giudicatore e arbitro, è l'ammissione dell'assenza di amore.
La coppia è un'invenzione, così come il matrimonio. Forse anche l'amore è un'invenzione se Marianne, ormai adulta e con esperienza, confessa al suo ex marito di aver paura di non aver mai amato o di non essere mai stata oggetto di amore altrui.
Sintomatico della discussione degli anni '70 sulla crisi della famiglia, il film non copre con nessuna remora gli aspetti più crudi della deflagrazione matrimoniale, concedendosi di rappresentare le ombre e gli incubi, cari al regista svedese, in una simbiosi dialogica ed emozionale.
La confusione e l'inquietudine dei protagonisti, dispiegate in modo lineare, svellono ogni indugio su un ambito conflittuale che si pensa inenarrabile e inespugnabile.
Un conflitto con cui si inciampa nel corso della vita, facendo finta di rialzarsi.
Anna.
domenica 27 dicembre 2009
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