Ho trovato in un mio diario il messaggino che mi inviò la mia cara amica, nonché collega del blog, dopo aver visto il film a cui dedicherò il paragrafo che segue.
“Il cinema come estrema esperienza estetica.
Lacrime, sangue, sudore, rabbia, dignità. ù
Un popolo disegnato in chiaroscuro.
È miseria. È disperazione. È riscatto. È morte.
E resurrezione.
E resurrezione.
È Cuba.
Semplicemente meraviglioso”
Va detto. “Soy Cuba” non è un film facile. Ho letto diverse recensioni negative a causa dell’eccessivo formalismo e la retorica della sceneggiatura. Io preferisco allinearmi all’idea positiva di Martin Scorsese, che fortunatamente ha recuperato la pellicola, che era stata messa nel dimenticatoio.
Diretto da Kalatozov e ideato per suggellare il neonato matrimonio tra Urss e Cuba, nelle intenzioni doveva essere un film propagandistico per esaltare la Rivoluzione Cubana e la sua deriva comunista. Dopo mesi di lavoro, il film per qualche ragione non piacque.
Composto da quattro episodi che mettono al centro personaggi dell’immaginario collettivo della Cuba anni ’50 (la prostituta, il contadino sfruttato, lo studente reazionario, la famiglia poverissima), cronologicamente si coprono gli anni 1956 – 58, durante i quali Castro e i suoi combattevano sulle Sierras; in realtà, la guerriglia funge da cornice al dispiegarsi di storie tremendamente umane.
Piani sequenza che si incrociano, scorci di paesaggi sublimi, La Habana traboccante di fascino, una fotografia perfetta, “Soy Cuba” ci presenta un formalismo estremo, un’estetica esasperante che domina la storia dei personaggi. Tutto intorno a loro è bello, ma in verità nulla va bene: vanno in scena corruzione, sfruttamento, povertà, razzismo; mali intiepiditi dalla suggestione dell’isola, che Colombo definì “la più bella che occhio umano abbia mai visto.” Ma l’isola non è il paradiso terrestre dove rifugiarsi, è una realtà viva e sofferente, che odora più di sangue e sudore, che di profumi caraibici e tabacco.
L’umanità, con le sue luci e le sue ombre, irrompe prepotente nella visione dello spettatore. Ciò turba, perché le immagini dei volti sofferenti contrastano con la natura sublime e la cura meticolosa dell’immagine. Visto oggi, il film non restituisce la sensazione di un mondo diviso in due, ma risulta più che mai attuale. Infatti, in un mondo artificiale, dominato da una politica malsana, da ideologie strambe e da un capitalismo imperante, “Soy Cuba” affida la scena all’uomo, vero protagonista dalla notte dei tempi della Storia. In questo senso, è una pellicola di grande libertà intellettuale, scevra di contaminazioni ideologiche, epurata da ogni convinzione politica.
Ovviamente, per il carattere stilistico, rientra appieno negli schemi dei film sovietici di quegli anni, ma è un aspetto a mio avviso trascurabile. L’importante è il coinvolgimento emozionale che la visione provoca, una sorta di armonia leggera e accattivante, che lo rende uno dei miei film preferiti.
Cuba, la protagonista principale, non è solo il rinnovato Stato castrista, ma una vera entità organica che infonde calore nei suoi diversi aspetti. Eppure, a dominare è il bianco e nero, nonostante le luci naturali e le insegne artificiali. Non è un caso, il film dipana la contraddizione innata e culturale dei cubani: briosi e tristi allo stesso tempo.
Ma la contraddizione è dentro tutti noi, tra libertà e presunti valori, siamo chiamati a fare una scelta.
Il film, in quest’ottica, è speranza e riscatto. Un grande inno alla vita.
Anna.
Semplicemente meraviglioso”
Va detto. “Soy Cuba” non è un film facile. Ho letto diverse recensioni negative a causa dell’eccessivo formalismo e la retorica della sceneggiatura. Io preferisco allinearmi all’idea positiva di Martin Scorsese, che fortunatamente ha recuperato la pellicola, che era stata messa nel dimenticatoio.
Diretto da Kalatozov e ideato per suggellare il neonato matrimonio tra Urss e Cuba, nelle intenzioni doveva essere un film propagandistico per esaltare la Rivoluzione Cubana e la sua deriva comunista. Dopo mesi di lavoro, il film per qualche ragione non piacque.
Composto da quattro episodi che mettono al centro personaggi dell’immaginario collettivo della Cuba anni ’50 (la prostituta, il contadino sfruttato, lo studente reazionario, la famiglia poverissima), cronologicamente si coprono gli anni 1956 – 58, durante i quali Castro e i suoi combattevano sulle Sierras; in realtà, la guerriglia funge da cornice al dispiegarsi di storie tremendamente umane.
Piani sequenza che si incrociano, scorci di paesaggi sublimi, La Habana traboccante di fascino, una fotografia perfetta, “Soy Cuba” ci presenta un formalismo estremo, un’estetica esasperante che domina la storia dei personaggi. Tutto intorno a loro è bello, ma in verità nulla va bene: vanno in scena corruzione, sfruttamento, povertà, razzismo; mali intiepiditi dalla suggestione dell’isola, che Colombo definì “la più bella che occhio umano abbia mai visto.” Ma l’isola non è il paradiso terrestre dove rifugiarsi, è una realtà viva e sofferente, che odora più di sangue e sudore, che di profumi caraibici e tabacco.
L’umanità, con le sue luci e le sue ombre, irrompe prepotente nella visione dello spettatore. Ciò turba, perché le immagini dei volti sofferenti contrastano con la natura sublime e la cura meticolosa dell’immagine. Visto oggi, il film non restituisce la sensazione di un mondo diviso in due, ma risulta più che mai attuale. Infatti, in un mondo artificiale, dominato da una politica malsana, da ideologie strambe e da un capitalismo imperante, “Soy Cuba” affida la scena all’uomo, vero protagonista dalla notte dei tempi della Storia. In questo senso, è una pellicola di grande libertà intellettuale, scevra di contaminazioni ideologiche, epurata da ogni convinzione politica.
Ovviamente, per il carattere stilistico, rientra appieno negli schemi dei film sovietici di quegli anni, ma è un aspetto a mio avviso trascurabile. L’importante è il coinvolgimento emozionale che la visione provoca, una sorta di armonia leggera e accattivante, che lo rende uno dei miei film preferiti.
Cuba, la protagonista principale, non è solo il rinnovato Stato castrista, ma una vera entità organica che infonde calore nei suoi diversi aspetti. Eppure, a dominare è il bianco e nero, nonostante le luci naturali e le insegne artificiali. Non è un caso, il film dipana la contraddizione innata e culturale dei cubani: briosi e tristi allo stesso tempo.
Ma la contraddizione è dentro tutti noi, tra libertà e presunti valori, siamo chiamati a fare una scelta.
Il film, in quest’ottica, è speranza e riscatto. Un grande inno alla vita.
Anna.
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