sabato 21 marzo 2009

SENSO di L. Visconti

Parlare di Visconti è un’impresa che lascio a chi di cinema se ne intende veramente. Vorrei dedicare poche righe al film che mi ha fatto scoprire il grande maestro: “Senso”. “Il Gattopardo” è un tenero ricordo dei tempi scolastici, quando i film, in modo didattico, aiutavano a capire la storia del nostro Paese. “Senso” appartiene a stagioni più recenti, quando il cinema è diventata una passione. Lo considero, quindi, l’inizio del mio interesse nei confronti di Visconti. Da vedere, fosse anche per l’interpretazione di Alida Valli, donna sublime, bellissima e anti-diva, da poco scomparsa, che spero in futuro abbia la celebrazione che merita. Anna.

Siamo a Venezia nel 1866. La guerra di liberazione italiana in Veneto contro l’occupante austriaco è imminente. Al teatro “La fenice” sta andando in scena l’opera “Il Trovatore”. Alla fine di un atto, giovani partigiani che si trovano sul loggione buttano volantini e mazzetti di fiori dai colori della bandiera italiana. L’affronto del marchese Ussoni a un giovane ufficiale austriaco crea un attimo di scompiglio, i militari ristabiliscono l’ordine e l’opera può continuare.
In questo contesto, la contessa Livia Serpieri conosce il giovane ufficiale austriaco che potrebbe sfidare Ussoni a duello; lei non vuole perché il partigiano, membro di un’organizzazione clandestina, è suo cugino.
“Senso”, film tratto dal racconto di Camillo Boito, ha tutti gli elementi per essere un grande affresco ottocentesco, dove si intrecciano temi risorgimentali, passioni indipendentiste, la maestà di un mondo massiccio e imperiale che sta per andare in frantumi. Eppure, il film scava tremendamente nell’animo umano di due persone dai connotati moderni, che diversamente si adatterebbero ad essere naturali protagonisti di una storia “romantica”, in linea col contesto riprodotto.
Livia e Franz incarnano il declino di un’epoca troppo scossa da rivalse nazionaliste, un tempo di assestamento, dove anche i rapporti umani non rispettano più precise linee di demarcazione. Livia, contessa italiana più che veneta, si innamora di Franz, il nemico austriaco, e per lei è una scoperta.
L’affascinante ed energica contessa, intenta a sostenere la causa indipendentista, scopre in modo naturale che ci si può innamorare. La sua vita segue un codice comportamentale e convenzionale vecchio di secoli; nell’imminenza di una guerra che finalmente la renderà realmente italiana, anche lei si prepara a vivere un conflitto personale, nel quale vorrà liberarsi dall’identità nobiliare e passata.
Franz è un ufficiale che non possiede più da tempo un codice militaresco; perspicace, furbo, arido e adone al tempo stesso, capisce l’inquietudine di Livia, e decise di usarla, almeno per liberarsi dalla divisa che forse non ha mai voluto. E lei viene completamente offuscata dalle sue smancerie, attratta da una tentazione che non può rifiutare. Momenti di lucidità si alternano a momenti di abbandono totale al suo amante, il sentimento che la attanaglia diventa un’ossessione folle nei confronti di un uomo freddamente passionale. Lui riuscirà a disfarsi di quella divisa candida e lustrata, per tornare ad essere ciò che realmente è: opportunista, senza scrupoli, ma senza dubbio vittima del suo tempo.
Viso madido di lacrime, velato dal tulle per buona parte della pellicola, occhi straordinari e disperati, Livia nel finale sarà nuovamente padrona della sua vita, ma lo farà ad un prezzo troppo caro.
I protagonisti si interrogano sul “senso” della guerra: è giusto distruggere quel sistema per un’identità nazionale, per lo spirito di un popolo? È giusto dar fine a un mondo che li ha educati e cresciuti fino ad allora? Gli interrogativi pervadono senza volerlo le loro vite, indifesi non riescono a capire la strada da percorrere. Allora, meglio non pensarci e vivere il presente senza nessun rimorso. Per lui è una desiderata estraneità, per lei è l’amore.
Ma l’amore che “senso” ha? Deve essere declinato nell’accezione di “senso” come si sente il caldo, il dolce e il rosso, oppure nel significato di definizione, ragione, giustificazione? Un interrogativo difficile da sciogliere, un’impresa che porta alla pazzia. E gli occhi di Livia ripetono da secoli l’enigma del sentimento più importante per gli uomini, regalandoci attimi di malinconia e di poesia irripetibili.

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