sabato 8 maggio 2010

COSA VOGLIO DI PIU'

La crisi non c'entra. E forse neppure l'amore. "Cosa voglio di più" di Soldini è un film normale e questo è il suo pregio più grande. Normale in quello che racconta, normale in ciò che mostra e, soprattutto, nel modo in cui lo mette in scena. Nessuna finzione, la storia è verosimile e ci assomiglia. Questo film per me non parla d'amore, né di passione, né della precarietà che ogni giorno ci soffoca sempre di più riducendoci quello che mai, nella nostra vita, avremmo voluto essere. E' lieve come la noia, è sommesso come questi tempi. Quello che sulle pagine dei giornali ha fatto scalpore sullo schermo diventa una liberazione, scene di sesso, sì, brevi e fugaci quanto il loro significato. Forse è difficile comprendere questo film da "vergini". Conosco il sapore di baci non dati perché inappropriati, conosco l'imbarazzo che arriva dopo il sesso che è solo consumazione fine a se stessa. Conosco la voglia di due corpi che si cercano, al di là del bene e del male, e che si consumano a vicenda e conosco l'urgenza che brucia dentro e che condanna a un circo perpetuo. "Cosa voglio di più" racchiude tutto il senso, il solo, di questa storia che è un po' anche la mia. Quello che si vuole e che si cerca in un letto o in un bacio o in una parola non detta o in una frase detta ma non pensata, sta tutto qui. Soldini non costruisce un mondo fittizio, il suo film è fatto delle stesse bugie che raccontiamo ogni giorno, degli stessi stratagemmi inventati per mentire all'altro, delle finzioni quotidiane con cui riempiamo una vita che non abbiamo il coraggio di cambiare, delle stesse frasi fatte, della stessa ipocrisia. Ecco allora che una scopata è soltanto una scopata nel mondo reale, ecco un uomo che non potrà, non saprà, mai rendere felice quella donna che vorrebbe quello che sa di non poter avere. Ecco le stanze d'albergo, ecco le consumazioni a 50 euro per quattro ore, ecco le cene rubate di nascosto dal mondo, ecco i pensieri che non riusciamo ad ammettere, ecco le scorciatoie. Tutto in nome della vita. Non si parla d'amore o di passione, né di crisi, si parla delle viuzze con cui ognuno di noi cerca per pochi secondi di sentirsi vivo. Questo fa Anna. Si sente viva. Questo succede quando ci innamoriamo di chi non possiamo avere, questo succede quando ci consumiamo dietro a persone sbagliate. Ci inventiamo una vita diversa che però è solo una messa in scena. E quando ci rendiamo conto, finalmente, che la messa in scena è diventata patetica allora è il momento di prendere la sola decisione possibile: fuggire. Badate bene, oggi, la messa in scena è vitale, è la boccata d'aria che tutti meritiamo, solo che, alla lunga, si diventa patetici e allora non resta che la fuga. Bravo Soldini perché il suo è un racconto normale come normale è la vita. Normale, sì, ma credibile. E ci fa sentire tutti un po' meno soli

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