Torniamo a scrivere qualcosa!!!! Il lavoro per una e la campagna elettorale per l’altra non danno tregua… Provo a parlare di qualcosa di complesso. Non sono mai riuscita a scrivere qualcosa sui film di Bergman. Ci ho provato col “posto delle fragole”, e non ci sono riuscita; è come se avessi un blocco, le parole non nascono spontaneamente e faccio una gran fatica. Eppure, il regista svedese continua a esercitare su di me un forte fascino, e continuo a scoprire i suoi film. Ci provo ora con “il settimo sigillo”, sicura di non riuscire a ottenere un risultato soddisfacente. Anna.
Nell’apocalisse si narra che verrà aperto il settimo sigillo, nell’ora del giudizio.
Il passo della Bibbia viene recitato sia a inizio che a fine film. Lo spettacolo del mare in tempesta che si infrange sulla scogliera non preannuncia niente di rassicurante e si teme che il cavaliere, tornato dalla crociata, possa perdere la partita a scacchi con la morte.
Inizia così il film più famoso di Bergman, quello più ricordato, datato 1957.
Il cavaliere può vedere la morte, una prerogativa di cui gli uomini farebbero volentieri fare a meno.
Nel suo caso, sembra essere una morte ricercata. Dopo aver vissuto dieci anni in guerra, per la gloria di Dio, intimamente anela la fine di tutto, il nulla, che potrebbe svelargli la verità. La morte lo ha accompagnato sul campo di battaglia per troppo tempo, tanto che ha finito per attribuirle il senso di tutte le cose. La morte appartiene, quindi, all’uomo, è la chiave di lettura della vita, e con lei si può anche avere un contatto.
E infatti, il cavaliere riesce a vederla e a parlarle.
I personaggi che l’uomo incontra lungo la strada di ritorno al suo castello, dipanano il contrasto tra ciò che è vitale e ciò che è afferente alla morte.
Da una parte la vivacità del gruppo di attori – buffoni che si aggirano per i villaggi colpiti dalla peste; dall’altra la popolazione impaurita dalla malattia, considerata flagello di Dio, in un contesto in cui si manda al rogo una ragazza rea di aver avuto rapporti col maligno, o dove si inscena una impressionante processione in cui ci si frusta a vicenda, scena paradigmatica e di forte impatto cinematografico.
La fine del viaggio interiore del cavaliere coincide con il ritorno a casa. Poco tempo gli rimane, e lo usa con confessioni, fragili evasioni di un momento, incontri effimeri. Uomo impaurito, che cerca fino alla fine Dio, essenza assoluta, ricercata con gli occhi di un uomo. La morte, al suo fianco, gli preannuncia la fine, che rimarrà comunque inspiegata, insensata.
E alla fine, alcuni compagni di viaggio se ne andranno con lui, altri no.
Non sappiamo se il settimo sigillo, simbolo di avvenuta verità, verrà aperto realmente. Il coraggio del cavaliere che scava nella sua interiorità lo lascia presupporre, ma il regista sembra far rimanere aperta una fessura sul mistero più spaventoso dell’uomo, concedendo più all’immaginazione che a una spiegazione razionale, come dimostra una delle ultime scene, in cui il “buffone” ha nuovamente una delle sue visioni.
Nell’apocalisse si narra che verrà aperto il settimo sigillo, nell’ora del giudizio.
Il passo della Bibbia viene recitato sia a inizio che a fine film. Lo spettacolo del mare in tempesta che si infrange sulla scogliera non preannuncia niente di rassicurante e si teme che il cavaliere, tornato dalla crociata, possa perdere la partita a scacchi con la morte.
Inizia così il film più famoso di Bergman, quello più ricordato, datato 1957.
Il cavaliere può vedere la morte, una prerogativa di cui gli uomini farebbero volentieri fare a meno.
Nel suo caso, sembra essere una morte ricercata. Dopo aver vissuto dieci anni in guerra, per la gloria di Dio, intimamente anela la fine di tutto, il nulla, che potrebbe svelargli la verità. La morte lo ha accompagnato sul campo di battaglia per troppo tempo, tanto che ha finito per attribuirle il senso di tutte le cose. La morte appartiene, quindi, all’uomo, è la chiave di lettura della vita, e con lei si può anche avere un contatto.
E infatti, il cavaliere riesce a vederla e a parlarle.
I personaggi che l’uomo incontra lungo la strada di ritorno al suo castello, dipanano il contrasto tra ciò che è vitale e ciò che è afferente alla morte.
Da una parte la vivacità del gruppo di attori – buffoni che si aggirano per i villaggi colpiti dalla peste; dall’altra la popolazione impaurita dalla malattia, considerata flagello di Dio, in un contesto in cui si manda al rogo una ragazza rea di aver avuto rapporti col maligno, o dove si inscena una impressionante processione in cui ci si frusta a vicenda, scena paradigmatica e di forte impatto cinematografico.
La fine del viaggio interiore del cavaliere coincide con il ritorno a casa. Poco tempo gli rimane, e lo usa con confessioni, fragili evasioni di un momento, incontri effimeri. Uomo impaurito, che cerca fino alla fine Dio, essenza assoluta, ricercata con gli occhi di un uomo. La morte, al suo fianco, gli preannuncia la fine, che rimarrà comunque inspiegata, insensata.
E alla fine, alcuni compagni di viaggio se ne andranno con lui, altri no.
Non sappiamo se il settimo sigillo, simbolo di avvenuta verità, verrà aperto realmente. Il coraggio del cavaliere che scava nella sua interiorità lo lascia presupporre, ma il regista sembra far rimanere aperta una fessura sul mistero più spaventoso dell’uomo, concedendo più all’immaginazione che a una spiegazione razionale, come dimostra una delle ultime scene, in cui il “buffone” ha nuovamente una delle sue visioni.
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