giovedì 20 ottobre 2011

ADAM RESURRECTED

Adam vive in Israele, come altri sopravvissuti ai campi di concentramento. La tragica esperienza lo ha condotto ad accusare problemi psichici, per questo è stato rinchiuso in un centro di recupero in pieno deserto, dove altre persone come lui scampate alla follia nazista, cercano di essere recuperate con terapie alternative. Adam è diverso dagli altri, gestisce con ludo la propria insania, memore di un tempo in cui era il clown e il prestigiatore più famoso della Germania; ha inoltre un inspiegabile sesto senso, che gli permette di controllare i propri scompensi fisici e percepire situazioni attraverso una spiccata sensitività. Il film segue la narrazione degli eventi dal punto di vista del protagonista, il fulcro della storia è la visione che Adam ha dell’ambiente che lo circonda, i suoi pensieri trasformati in voce fuori campo e alternati a immagini in bianco e nero, riassumono la tragica vicenda umana. Il pazzo tra i pazzi, il leader di una comunità al di fuori della realtà, è il protagonista indiscusso del bunker-ospedale nel deserto israeliano, dove pazienti, medici e infermieri si assoggettano al suo estro contagioso. In passato portava sulle scene di circhi itineranti le sue doti di prestigiatore e comico cabarettista, servendosi del prezioso aiuto della moglie e delle sue bambine, fino a quando le leggi razziali non lo hanno costretto a smettere, e l’intera famiglia è stata deportata. Un nuovo palcoscenico, macabro e orrendo, lo attendeva; trasformato in un cane, ridotto a vivere a quattro zampe, per il solo divertimento del padrone, la speranza rimasta era risparmiare la sua famiglia allo sterminio. Le angherie subite, il dolore della solitudine, l’offesa alla sua dignità di uomo, lo hanno portato alla pazzia, e si dibatte tra le reminiscenze del suo talento artistico per vincere la sfida più grande: tornare a vivere dopo la Shoa. Lo sguardo di “Adam resurrected” su un tema così delicato è originale ed esplosivo, l’energia geniale del suo protagonista sorprende lo spettatore, lo attanaglia con i suoi trucchi e crea una via di fuga al soffocante ambiente clinico in cui si dipana la vicenda. Adam ha carisma, padroneggia la scena come se fosse l’attore principale di una tragedia che non trova fine, vilipende i suoi superiori senza ricevere punizioni, si atteggia a dominatore di una “famiglia” di superstiti che continueranno a vivere nell’oblio delle atrocità vissute. Invece lui è diverso, non riesce a dimenticare, e questo lo tormenta; l’antidoto al tralignamento inevitabile della follia si condensa al momento giusto, quando arriva nell’istituto un bambino particolare: anche lui si comporta come fosse un cane. Adam, che pensava di essere unico, viene posto di fronte a un suo simile, qualcuno che può comprenderlo, il tramite attraverso cui fare i conti con i demoni del passato. Con abilità riesce a stabilire con la creatura indifesa un’intesa fatta di movenze animali, oltrepassando la conoscenza medica e restituendo fiducia e normalità umana al piccolo. Il rapporto diventa lo strumento curativo per il sardonico prestigiatore, il quale pitturatosi da clown in occasione di una festa in maschera nell’istituto, enuclea con un discorso grottesco e commovente il suo tormento. L’ultimo faccia a faccia risolutivo con il suo aguzzino, che negli anni ha continuato a riemergere nei meandri della sua mente, avviene in pieno deserto, davanti a un fuoco malefico. La pazzia rimarrà un ricordo, rimpianto di vita vissuta, energia fantasiosa annichilita e trasformata in patologia, curata e poi scomparsa nella quotidianità. È la resurrezione.
A.
Fonte: scriveredicinema.mymovies.it

BIUTIFUL

Tra le viscere di Barcellona si nascondono pezzi di umanità degradata, persone di colori diversi stipate in rimesse fatiscenti, dove la brezza mediterranea lascia il posto ad alveoli umidi e sporchi. Uxbal (interpretato da Javier Bardem) è il mediatore di questa rete clandestina, la sua attività consiste nell’ingrossare l’illegalità del mercato nero, corrompendo la polizia e organizzando il traffico delle merci. In questo modo, riesce a sostentare i suoi due bambini, che gli sono stati affidati poiché sua moglie soffre di disturbo bipolare. Il film rimanda a un tema di grande attualità, quello dell’immigrazione, rendendo la città di Gaudí lo scenario raccapricciante del dramma della clandestinità. Uxbal vive nelle maglie di questo sistema e ne ricava profitto, ma ne diventa anche vittima: non è l’eroe negativo a cui puntare il dito, ma è un uomo giovane già malato di cancro, che continua ad affaccendarsi per attutire i rischi a cui vanno incontro centinaia di immigrati clandestini, esposti alla possibilità di rimpatrio e detenzione. Vive nella indefinita linea di confine tra mondo “reale” e sotterraneo, riemergendo alla luce del sole soltanto nel calore dell’abbraccio dei suoi figli, la sua unica famiglia. Infatti, se il rapporto con sua moglie si è logorato a causa della malattia della donna, quello con suo fratello è labile e costellato da affari illeciti, incomprensioni remote, falsità; soltanto il ricordo dei genitori riesce ancora a rinsaldare il legame, in particolare, quello di un padre mai conosciuto, morto giovane e in un altro Paese, con cui i due fratelli potranno riavvicinarsi solo per pochi minuti davanti alla salma. Uxbal è anche un uomo misterioso, dotato di poteri che la ragione non può spiegare, capace di instaurare un contatto con i defunti, e lui stesso costantemente a contatto con la morte. Quest’ultima irrompe violentemente nella stanza dove diversi operai cinesi vengono uccisi da esalazioni da gas, a causa di una stufa comprata dallo stesso Uxbal per permettere di scaldarli durante il sonno. Il senso di colpa è troppo forte, disorientato e malato allo stadio terminale, l’uomo si rifugia, infine, nell’ affetto dei suoi bambini, non prima di aver fatto visita alla donna con cui condivide il potere di entrare a contatto con chi non c’è più; una sorta di confessione finale che alleggerirà il passaggio verso la fine. Uxbal se ne va senza far rumore, con la voce di sua figlia accanto e il fruscio del vento in un bosco innevato dove qualcuno sta già aspettandolo. Iñarritu dirige in modo magistrale un film denso di emozioni, si conferma il direttore d’orchestra di una sinfonia a più voci, tenuta insieme dal personaggio di Bardem, che ci regala l’ennesima grande interpretazione. Come avviene spesso nei film del regista messicano, la prospettiva temporale è alterata fino a diventare circolare, le ombre del passato si infrangono nel presente, per poi accompagnare il personaggio principale nel futuro, fino a superare la morte, riproponendo ricordi e legami incancellabili. Di nuovo, sono i vincoli familiari ad assicurare la redenzione in un mondo terreno corrotto e malvagio, che tutti noi vorremmo semplicemente più bello, o se vogliamo, più “biutiful”, come scriverebbe il figlio di Uxbal.
A.
Fonte: scriveredicinema.mymovies.it

IL GRINTA

La giovane Mattie Ross (Hailee Steinfeld) scruta dal finestrino del treno il luogo da cui inizierà il suo viaggio; uscita dalla stazione, la quattordicenne si ritroverà a Forth Smith, nel selvaggio West di fine ‘800, dove dalle strade si alza continuamente polvere per l’incedere dei cavalli, e i colpi di pistola sembrano essere il normale linguaggio degli abitanti del posto. Tutt’altro che intimorita, sguardo indagatore ed innocente, la ragazzina si affretta a sistemare gli ultimi affari del padre defunto; grazie alla disinvoltura di chi si intende di commercio, a una lingua mordace e a un famigerato avvocato di famiglia che evoca in ogni situazione, riesce a ottenere i soldi necessari per appropriarsi di un cavallo e ingaggiare lo sceriffo Reuben “Rooster” Cogburn, detto “il Grinta” (Jeff Bridges), che la aiuterà a catturare Tom Chaney (Josh Brolin), il brigante che le ha ucciso suo padre. Ad accompagnare i due nel temibile territorio indiano, il Ranger texano La Boeuf (Matt Damon), mosso dalla taglia che pende su Chaney per aver ucciso un senatore. I Fratelli Coen si cimentano con il remake del film western che valse a John Wayne l’oscar, regalandoci una storia di frontiera dal tono alacre, un viaggio melodioso nel cuore degli Stati Uniti, in cui la linea di confine tra vita e morte viene spesso superata da una giustizia “fai da te” sotto compenso dispendioso, in aperta contraddizione con i plateali processi pubblici, spesso terminanti con impiccagioni, che attiravano l’intera comunità civile dell’epoca. Il ponderoso ma infingardo Cogburn, consumato da qualche bicchiere di troppo, guida con occhio paternalistico la giovane Mattie, sprezzante del pericolo, e proprio per questo ancora troppo ingenua, nonostante l’ostentata sicurezza. Il viaggio, che non è esente da pericoli, si snoda tra paesaggi sediziosi, fatti di una natura rivale e insondabile, che inoltra i temerari a incontri bizzarri, come il finto medico vestito di pelle di orso, fino al faccia a faccia inaspettato con l’uomo ricercato. Al centro si esperisce la relazione umana tra i tre compagni, ognuno dei quali appartenente a mondi e generazioni diversi; esilaranti le battute taglienti tra il giovane e ambizioso La Boeuf e lo schietto e impavido sceriffo Cogburn. L’ultima parte del film è dominata da connotati più classici, che richiamano lo stile western, con lo scontro finale tra i protagonisti e la banda di delinquenti di cui fa parte anche Chaney; reciproci agguati e spari, e su tutti un colpo da maestro del Ranger texano. Nel finale, una disperata corsa notturna segnerà la vita di Mattie, legandola per sempre all’uomo che l’ha assistita nella sua personale vendetta.
A.
Fonte: scriveredicinema.mymovies.it

domenica 16 ottobre 2011

Su www.cinezoom.it potrete leggere la mia recensione de "La pelle che abito".

martedì 20 settembre 2011

TORNIAMO, CI SIAMO.

Dopo 9 mesi (non a caso il 9 è un numero ricorrente), torniamo a occuparci di cinema, scrivendone e facendone la sua apologia (l'unica degna di nota).
Questa breve parentesi di assenza ci ha visto occupate su più fronti, non per questo siamo meno indaffarate ora, ma riteniamo il cinema ancora la nostra ancora di salvezza in un mondo sempre più laido e privo di plinti culturali dove affondare le basi della nostra formazione, dispersa tra precariato e marketing del corpo. E se il maestro Almodovar, più di venti anni fa, ci dipingeva in tinte rosse come sull'orlo di una crisi di nervi, dobbiamo dargli atto che è così: molte volte abbiamo appoggiato il piede al di là del ciglio. Non siamo mai cadute realmente, se non nell'immaginario che muove desideri e speranze; allora, direi che possiamo iniziare nuovamente a fare ciò che ci offre la parvenza di una stabilità, qualcosa che dà evasione ma anche conferma, qualcosa che ci orba totalmente da ansie inutili e poco facete.
Proprio da Almodovar cominceremo, il suo nuovo film uscirà nelle sale italiane il 23 settembre.
Inoltre, una sezione sarà dedicata a film classici del passato, a cui Anna (Io?!) è molto attaccata.
Insomma, cinesipario comincia dei "lavori in corso", ringraziamo tutti coloro che vorranno leggerlo, o soltanto dare un'occhiata.

giovedì 23 dicembre 2010

CARAMEL

"Caramel" è un film senza pretese, e questo è il motivo che lo rende godibile e interessante.
Le storie di quattro amiche libanesi si intrecciano nel microcosmo di un salone di bellezza, lungo la strada popolare di un quartiere cristiano; la regista e attrice Nadine Labaki inserisce la narrazione in una Beyrouth umida e illuminata dal caldo mediteraneo, senza rappellare echi di contrasti religiosi e bombe ferali.
Tra tinte rosso fuoco e cerette a base di caramello (da qui il titolo del film), la quotidianità delle donne mediorientali cerca di trovare un equilibrio tra desiderio di emancipazione e legami tradizionali.
Accade, così, che Nisrine, ragazza musulmana, sia in procinto di sposarsi nonostante la vergogna non dichiarata. Nisrine non ha più la verginità e la sua reputazione, così come il matrimonio, possono essere messi in discussione. Decide, quindi, di affrontare una piccola operazione chirurgica che le restituirà la purezza perduta.
Layane è innamorata di un uomo sposato, a cui può concedersi solo in ritagli di tempo; vive il suo amore dentro pochi metri di automobile, e conta i minuti che la separano dalla decisione del suo amante di abbandonare la moglie.
Rima ha ben poco di femminile, nonostante la grande capacità di rendere soddisfatte le donne grazie alle acconciature che riesce a modellare. Un giorno si ritroverà in intimità con una donna bellissima e misteriosa, a cui esegue un lavaggio - massaggio di capelli dal tono sommesso ed erotico allo stesso tempo: un modo sinergico per dichararsi a vicenda la loro omosessualità.
Jamale è la più anziana del gruppo, una quaranta - cinquantenne che vorrebbe essere più giovane. Abbandonata dal marito, tenta di ritrovare una giovinezza sfiorita attraverso un trucco artefatto e una mise azzimata.
Tra sfinimenti sul tapis roulante e provini pubblicitari in mezzo a ventenni vogliose e accanite, Jamale è ossessionata dall'elusione della vecchiaia, visto come un male in Occidente, e penetrato prepotente anche nella coscienza della società araba. Un male che crea rifiuto del proprio corpo e simulazione di qualcosa che non c'è più, come per esempio il ciclo mestruale...
Il collante tra questa carrellata di donne è una signora anziana, Rose, la sarta del posto. Vive con una sorella demente che le ha condizionato l'intera vita. Una possibilità di riscatto le viene offerta da un distinto signore americano, ma anche questa volta Rose sceglierà il sacrificio.
E proprio quest' ultimo sembra essere il filo che lega le quattro amiche, o come sembra comunicare la Labaki, che accomuna tutte le donne.

domenica 9 maggio 2010

COSA VOGLIO DI PIU' - Silvio Soldini

Anna e Domenico vivono nella periferia milanese e lavorano nella città frettolosa e disorientante. Nella precarietà dei tempi moderni la famiglia e gli affetti rappresentano l'unica certezza a cui aggrapparsi per pensare un futuro nitido.
Anna e il suo compagno progettano di avere un figlio; Domenico è sposato e ha due bambini piccoli, ogni giorno è alle prese con i problemi economici comuni a molte famiglie italiane. In questa esistenza preordinata riescono a trovare dei ritagli di tempo per instaurare una relazione clandestina, ossigenando le loro vite tanto definite quanto disperse tra i vecchi e i nuovi palazzi di Milano. Ad Anna non bastano i colori che utilizza durante il corso di pittura per scacciare il grigiore che la circonda, e a Domenico non è sufficiente un corso in piscina per riprodurre il mare della sua Calabria. Due spiriti scalpitanti, o semplicementi insoddisfatti, che cercano di trovare la vitalità perduta in una nuova passione. Iniziano così i rapporti clandestini in un motel di periferia, immergendosi in un'attività sessuale palpitante, e allo stesso tempo, sommessa e intima, mai volgare o spettacolare. Cominciano anche i problemi per conciliare le esigenze reciproche, le bugie, i ravvedimenti, le piccole azioni quotidiane che si ripetono e in cui va inserita la nuova esperienza. Un desiderio di possesso reciproco si insinua nelle loro vite obnubilando prospettive e certezze. I protagonisti si cercano e si perdono in un continuo movimento, non capendo la fine della storia. E i confini di genere diventano scomposti, sia lui che lei assumono gli stessi atteggiamenti e le stesse reazioni.
La risoluzione al complicato intreccio sentimentale verrà trovata in un viaggio a Tunisi, una sorta di "prova generale" della coppia. E finalmente, come accade spesso, è la donna a ricomporre il puzzle; il quadro è finalmente chiaro e simbolicamente rappresentato da una bellissima alba mediterranea. Perchè arriva il momento in cui chiedersi "cosa voglio di più".
A.

Curiosità: a un certo punto del film si sente un pezzo della canzone di Mina "Eclisse twist". Chiaro riferimento di Soldini al film di Antonioni "L'eclisse", in cui la canzone di Mina era la colonna sonora.